Ho atteso quattro anni prima di trovare dei quadri che mi convincessero, che sentissi miei e che, ogni volta che li guardo, mi sapessero trasmettere emozioni.
E nell'attesa ho preferito il bianco silenzioso delle pareti vuote. Poi, per pura casualità, ho scoperto i pannelli di Cristiano.

Quando ci si imbatte in una produzione artistica, di qualunque natura essa sia - pittura, scultura, letteratura, musica... - il primo sforzo che siam portati a fare è di ricondurla al nostro conosciuto, di dimensionarla inevitabilmente nelle strutture esistenti: correnti, stili, periodi, scuole... chiamatele come vi pare. Impediamo, così facendo, all'opera di esprimersi liberamente nella sua originalità, perché anziché ascoltarla la interroghiamo.

Il secondo sforzo che siam portati a fare, e che ci potremmo risparmiare, è quello di voler entrare nella testa dell'autore per impossessarci dei suoi pensieri e del suo afflato creativo. E lì ricerchiamo, in qualcosa che non è nostro e non ci appartiene, il "significato" dell'opera.

Preferisco credere che compito precipuo dell'artista sia emozionarci, sia attrarci magneticamente all'opera, sia farci piangere, sorridere e pensare senza avere la preoccupazione di quanto lui abbia pianto, sorriso, pensato.

In questi pannelli - opere che rivelano innanzitutto una tecnica di tutto rispetto - l'autore si esprime con un'originalità ed un'efficacia compositiva altrove difficilmente reperibili.

L'arte astratta contemporanea, proprio per aver abbandonato la semantica comune del figurativismo, non avendo più uno scopo primario didascalico, paga la difficoltà di dover rivelare - prima dei propri contenuti - la propria morfologia e sintassi, di dover consegnare a chi la osserva un dizionario per poterne disporre pienamente. A meno che l'autore abbia rinunciato ad una cerebralità compositiva (che potrebbe sopperire all'assenza di contenuti originali) preferendo farsi utilizzare dalla composizione medesima come strumento di semplice esecuzione. E questo Cristiano lo fa.

Lavora impegnando il cuore. E così facendo lascia la possibilità che ciascuno trovi la propria "giusta lettura" dell'opera. Non esiste una lettura più corretta di altre.

Ho un solo rammarico. Di non avere probabilmente pareti a sufficienza a cui appendere tutti i bei quadri che ancora mi cercheranno.